Mi sveglio, il lunedì di Pasquetta, e leggo sul cellulare: Francesco è morto.
Ecco, ora si entra in un tempo sospeso. Un Papa non c’è più e quello nuovo non ancora.
In questo vuoto si muovono le diplomazie, i fedeli, la gente comune.
Decido di andare a San Pietro, mi spinge la mia vita da giornalista e le mie recenti velleità da fotografa. Voglio provare a raccontare cosa vedo, ma stavolta con le immagini.
Quando muore un Papa, muore anche il suo stile.
E quello di Francesco è trasversale, piace molto anche ai non credenti. A San Pietro trovo di tutto: famiglie, turisti scatenati con selfie d’eccezione, argentini con la maglia della Nazionale.
Sembra quasi una festa, ma il gran numero di troupe televisive, in diretta continua e ognuna nella propria lingua, rivela l’eccezionalità del momento.
Sono tornata più volte. In Basilica ho visto la salma, senza fotografarla; fuori ho assistito a rosari e funerali; ho fatto la coda a Santa Maria Maggiore dove Francesco è sepolto, e non sono mancata alla prima preghiera del nuovo Papa, Leone l’americano, nel giorno del Giubileo delle bande musicali.
Nonostante il momento, ho visto spettacolarizzazione e mercificazione.
Nei negozi intorno alla piazza, le chincaglierie con la faccia di Francesco in vendita a un euro mi hanno fatto venire in mente, a me che pure sono atea, la rabbia di Gesù e la cacciata dal Tempio.
Il dolore, quello vero, l’ho trovato nei particolari: nel capo chino di una suora sotto la telecamera, nella t-shirt di un ragazzo ai funerali, nel volto nascosto di una donna in Basilica, nel silenzio di preghiera in un convento francescano.
Qualcuno ha fatto confronti con Giovanni XXIII o con Giovanni Paolo II. Ma ogni Papa è figlio del proprio tempo. Giovanni, nel 1963, parlava a un’Italia contadina; Papa Wojtyla era un Papa mediatico, politico e protagonista della Storia.
Francesco invece veniva “dalla fine del mondo” e parlava a un’umanità frammentata, al tempo stesso ricca, povera, sofferente e piena di contraddizioni. In quei giorni, in piazza San Pietro, molte di queste sfaccettature erano lì.
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Questo lavoro fa parte delle esercitazioni, Experience, che gli studenti fanno durante il PerCorso di formazione fotografica per viaggiatori. Si chiama Experience perché l’obiettivo è quello di far immergere i PerCorsisti su un proprio progetto fotografico e sul soggetto da loro scelto, per costruire così un racconto per immagini.
Non importa se è una persona o un luogo a loro caro. Durante la realizzazione, il fotografo lavora da solo ma con l’assistenza e il supporto continuo di Luciano Perbellini per stabilire la rotta e individuare assieme le situazioni da integrare, per completare al meglio il racconto.
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